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3 dicembre 2012 1 03 /12 /dicembre /2012 13:20
 
    
 
Il ricordo di un amore
       viaggia nella testa
      e non c'è una ragione
     quando cerchiamo quel che resta
è come un vento di passione
 
 
 
    http://img1.imagehousing.com/1/a00bd768d33342acb344c95d5e9a7c10.gif 
o una rosa rossa
    il ricordo di un amore
        ci cambia e non ci lascia
              Se avessi avuto almeno un'occasione
            adesso che so trovare le parole
      ma il ricordo di un amore
continua a viaggiare nella testa

         Il ricordo di un amore
      lascia in bocca il sale
  ed arriva dritto al cuore
senza nemmeno avvisare
      è in una lettera d'amore
        è nel canto del mare
           il ricordo di un amore
                ci parla e non ci passa

           Se avessi avuto almeno un'occasione
        adesso che so capire le parole 
      ma il ricordo di un amore 
  continua a viaggiare nella testa
 
(Pino Daniele e Giorgia) 
 
                   

 

 

 

                  

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Published by Etta - in Poesie
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27 novembre 2012 2 27 /11 /novembre /2012 15:36

 

 

M-Collier-1-.jpg

 

 

C'era una volta una povera orfana che non aveva scarpe.
La bimba conservava tutti gli stracci che riusciva a trovare finchè un bel giorno riuscì a confezionarsi un paio di scarpette rosse. Erano rozze, ma le piacevano. La facevano sentire ricca nonostante trascorresse, fino a sera inoltrata, le sue giornate a cercare cibo nei boschi.
Un giorno, mentre percorreva faticosamente una strada, vestita dei suoi stracci e con le scarpette rosse ai piedi, una carrozza dorata le si fermò accanto.
La vecchia signora che la occupava le disse che l'avrebbe portata a casa con sé e l'avrebbe trattata come una sua figlioletta.
Così andarono nella dimora della vecchia signora ricca, e là furono lavati e pettinati i capelli della bambina. Le furono dati biancheria fine, un bell'abito di lana e calze bianche e lucide scarpe nere.
Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose che, sudici e ridicoli com'erano, li aveva gettati nel fuoco.
La bimba era molto triste perché quelle umili scarpette rosse che aveva fatto con le proprie mani le avevano dato la più grande felicità. Ora era costretta a stare sempre ferma e tranquilla, a parlare senza saltellare e soltanto se interrogata.
Un fuoco segreto le si accese nel cuore e continuò a desiderare più di ogni altra cosa le sue vecchie scarpette rosse.
Poiché la bambina era abbastanza grande da ricevere la cresima, la vecchia signora la portò da un vecchio calzolaio zoppo, per acquistare una paio di scarpe speciali per l'occasione.
In vetrina facevano bella mostra di sé un paio di scarpe rosse confezionate con la pelle più morbida che si possa trovare.
La bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le scelse.
La vecchia signora ci vedeva così male che non si accorse del colore e gliele comprò. Il vecchio calzolaio strizzò l'occhio alla piccola e le incartò le scarpe.
Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sorpresi da quelle scarpe rosse che brillavano come mele lustrate, come cuori, come prugne ben lavate. Ma alla bimba piacevano sempre di più.
In giornata la vecchia signora venne a sapere delle scarpette rosse della sua pupilla.
"Non mettere mai più quelle scarpe" le ordinò minacciosa.
Ma la domenica dopo la bambina non potè fare a meno di mettersi le scarpette rosse, e poi si avviò alla chiesa con la vecchia signora. Sulla porta della chiesa c'era un vecchio soldato con il braccio al collo. S'inchinò, chiese il permesso di spolverare le scarpe e toccò le suole cantando una canzoncina che le fece venire il solletico ai piedi.
"Ricordati di restare per il ballo" e le strizzò l'occhio.

Anche questa volta tutti guardarono con sospetto le scarpette rosse della bambina.
Ma a lei piacevano tanto quelle scarpe lucenti, rosse come lamponi, come melagrane, che non riusciva a pensare ad altro. Era tutta intenta a girare e rigirare i piedini, tanto che si dimenticò di cantare.
Quando uscirono dalla chiesa, il vecchio soldato esclamò:
"Che belle scarpette da ballo!".
A quelle parole la bambina prese a piroettare e non riuscì più a fermarsi, tanto che parve avesse perduto completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta e poi una csarda e poi un valzer, volteggiando attraverso i campi.
Il cocchiere della vecchia signora si lanciò all'inseguimento della bambina, la prese e la riportò nella carrozza, ma i piedini che indossavano le scarpette rosse continuavano a piroettare nell'aria. Quando riuscirono a togliergliele, finalmente i piedi della bambina si quietarono.
Di ritorno a casa, la vecchia signora lanciò le scarpette rosse su uno scaffale altissimo e ordinò alla bambina di non toccarle mai più. Ma lei non riusciva a fare a meno di guardarle e desiderarle. Per lei erano ancora la cosa più bella che si trovasse sulla faccia della terra.
Poco tempo dopo, mentre la signora era malata, la bambina strisciò nella stanza in cui si trovavano le scarpette rosse. Le guardò, là in alto sullo scaffale, le contemplò, e la contemplazione si trasformò in potente desiderio, tanto che la bambina prese le scarpe dallo scaffale e subito se le infilò, pensando che non sarebbe accaduto nulla di male.
Ma non appena le ebbe ai piedi subito si sentì sopraffatta dal desiderio di danzare.
Danzò uscendo dalla stanza, e poi lungo le scale, prima una gavotta, poi un csarda e poi un valzer vertiginoso. La bambina era in estasi, e si accorse di essere nei guai solo quando volle girare a sinistra e le scarpe la costrinsero a girare a destra, e volle danzare in tondo e quelle la obbligarono a proseguire. E poi la portarono giù per la strada, attraverso i campi melmosi e nella foresta scura.
Appoggiato a un albero c'era il vecchio soldato dalla barba rossiccia, con il braccio al collo.
"Oh che belle scarpette da ballo!" esclamò.
Terrorizzata, la bambina cercò di sfilarsi le scarpe, ma più tirava e più quelle aderivano ai piedi.
E così danzò e danzò sulle più alte colline e attraverso le valli, sotto la pioggia e sotto la neve e sotto la luce abbagliante del sole. Danzò nelle notti più nere e all'alba, danzò fino al tramonto. Ma era terribile: per lei non esisteva riposo. Danzò in un cimitero e là uno spirito pronunciò queste parole:
"Danzerai con le tue scarpette rosse fino a che non diventerai come un fantasma, uno spettro, finchè la pelle non penderà sulle ossa, finchè di te non resteranno che visceri danzanti. Danzerai di porta in porta per tutti i villaggi, e busserai tre volte a ogni porta, e quando la gente ti vedrà, temerà per la

La bambina chiese pietà, ma prima che potesse insistere le scarpette rosse la trascinarono via.
Danzò sui rovi, attraverso le correnti, sulle siepi, e danzando danzando arrivò a casa, e c'erano persone in lutto. La vecchia signora era morta.
Ma lei continuava a danzare.
Entrò danzando nella foresta dove viveva il boia della città. E la mannaia appesa al muro prese a tremare sentendola avvicinare.
"Per favore" pregò il boia mentre danzava sulla sua porta, "Per favore mi tagli le scarpe per liberarmi da questo tremendo fato".
E con la mannaia il boia tagliò le cinghie delle scarpette rosse. Ma queste le restavano ai piedi.
E lei lo pregò di tagliarle i piedi, perché così la sua vita non valeva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi.
E le scarpette rosse con i piedi continuarono a danzare attraverso la foresta e sulla collina e oltre, fino a sparire alla vista.
E ora la bambina era una povera storpia, e doveva farsi strada nel mondo andando a servizio da estranei, e mai più desiderò delle scarpette rosse.

     

     

 

 

 

 

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19 novembre 2012 1 19 /11 /novembre /2012 08:36

 

 Jakub-Schikaneder-1855-1924---Czech-painter---The-Mysteriou.jpg

   

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color  grigio e ancora

qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri

della  periferia;  e che  fosse  domenica.  In  tali contrade  nascono  spesso  pensieri

malinconici quelli che si vogliono bene.Nascono inoltre speranze che non si sanno dire,

favorite dagli  orizzonti  sterminati dietro le case, dai  treni fuggenti, dalle nuvole del

settentrione. Ci  terremmo  semplicemente per mano  e andremo  con passo leggero,

dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che  si  accenderanno  i lampioni e dai

casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della  città, le avventure, i  vagheggiati

romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poichè le anime si parlano

senza parola.Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente

ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche,

di certe case abbandonate.Fermarci sul ponte  di legno a guardare  l'acqua che passa,

ascoltare nei pali del telefono quella lunga storia senza  fine  che viene da un capo del

mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel

silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche  nuvolette che passano e

le cime delle montagne.

D.Buzzati

 

               

 

 

 

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16 novembre 2012 5 16 /11 /novembre /2012 08:17

 

 

Immaginazione e imitazione

 

Doris Odium

 

The-Beatles-the-beatles-9109692-1728-1440.jpg

 

I ragazzi e le ragazze s'identificano con personaggi di successo. Sognano ad occhi aperti

vicende  di  cui - come  attori,  cantanti,  atleti,  avventurieri  ecc. - sono  i  fortunati

protagonisti. Ma non tutto si limita al fantasticare. I giovani tendono anche a imitare

praticamente, nel modo di vestirsi e di comportarsi, l'eroe prescelto. I risultati di questa    

imitazione, spiega l'autrice, spesso sono bizzarri, così da essere criticati dai genitori.

 

   

I ragazzi  maggiormente  dotati di  immaginazione  incominciano  molto  presto a inventarsi 

delle  storie; a  undici, dodici anni, queste  si riferiscono  più che altro ad avventure  o ad

attività in cui i bambini esercitano il ruolo di capo, ma che non hanno alcun rapporto  con la

loro personalità reale.

Il tipo di fantasia cambia gradualmente durante la prima adolescenza fino ad  assumere un

carattere molto più personale. Tra i quattordici ed i quindici anni la ragazza media comincia

a sognare  ad  occhi aperti  affascinanti  storie, in  cui  giuoca  il  ruolo  di  eroina,  sempre

immaginandosi di essere una famosa stella del cinema, una danzatrice, o una donna

bellissima ed irresistibile.

In questo periodo,  ella si identifica con la bellezza del giorno o con la protagonista del film

preferito, e spesso giunge ad imitarle alla perfezione nella pettinatura, nel trucco, e

nello stile del vestire. E'naturale che i risultati siano spesso bizzarri e provochino molte

critiche ed ironie da parte della famiglia.

I  ragazzi  desiderano  essere  sportivi  e  pieni  di  avventure, ed i loro eroi  da film  sono 

soprattutto avventurieri e conquistatori di donne.

Sia  le  ragazze che  i  ragazzi amano  moltissimo  costruirsi  un  culto  per qualche eroico od

affascinante  personaggio. Le  selvagge  scene  di  eccitamento  isterico quando un cantante

famoso, una stella del cinema od  un celebre atleta appaiono in pubblico, l'imitazione del loro

stile di vestire, e dei loro modi, o le grida frenetiche ad un incontro sportivo, procurano tutte,

ovviamente, delle terribili soddisfazioni emotive. In grado minore, ciò è vero sia per i ragazzi

più giovani che per gli adulti, ma il fenomeno  raggiunge l'apice tra i quindici ed i diciotto anni.

L'ambizione per il vestire in ogni suo aspetto è assai comune, specialmente tra gli adolescenti.

Essa rappresenta un'evasione dai limiti della propria personalità, ed anche spesso usata come

un mezzo per costruirsi a poco a poco una sicurezza ed esprimere se stessi. Molti adolescenti

troppo timidi  od incapaci  di  affermare  la  propria  personalità, perdono  le  inibizioni  e si 

immedesimano in una parte, e specialmente se si vestono in modo da assomigliare a qualche

figura popolare, particolarmente ammirata o dotata di fascino.

 

 

 

 

 

 
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4 novembre 2012 7 04 /11 /novembre /2012 16:52

 

Giambattista Marino 1569-1625

Nato a Napoli è considerato il rappresentante più significativo della poesia barocca

italiana.

Il carattere irascibile e rissoso non gli impedì di frequentare con fortuna le maggiori

corti del suo tempo, a Napoli, Roma, Torino e in Francia al seguito della regina Maria

de' Medici, moglie di Enrico IV di Borbone.

Le sue liriche sono raccolte nel canzoniere dal titolo Lira.

 

 

Elogio della rosa

 

ADONE, Canto III, stanze 156 - 159

 

Charles-Courtney-Curran---Tutt-Art---41--1-.jpg 

 

Rosa, riso d'Amor, del ciel fattura,

rosa del sangue mio fatta vermiglia,

pregio del mondo e fregio di natura,

de la Terra e del Sol vergine figlia,

d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,

onor de l'odorifera famiglia,

tu tien d'ogni beltà le palme prime,

sovra il vulgo de' fior, donna sublime.

 

Quasi il bel trono imperatrice altera

siedi colà su la nativa sponda.

Turba d'aure vezzosa e lusinghiera

ti corteggia d'intorno e ti seconda, 

di guardie pungenti armata schiera

ti difende per tutto, e ti circonda.

E tu fastosa del tuo regio manto

porti d'or la corona e d'ostro il manto.

 

Porpora de' giardin, pompa de' prati,

gemma di primavera, occhio d'Aprile,

di te le Grazie e gli Amoretti alati

fan ghirlanda a la chioma, al sen monile.

Tu qualor torna a gli alimenti usati

ape leggiadra o zeffiro gentile,

dài lor da bere in tazza di rubini

ruggiadosi licori e cristallini.

 

Non superbisca ambizioso il Sole

di trionfar fra le minori stelle,

ch'ancor tu fra i ligustri e le viole

scopri le pompe tue superbe e belle.

Tu sei con le tue bellezze uniche e sole

splendor di queste piagge, egli di quelle.

Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,

tu Sole in terra, ed egli rosa in cielo.

 

     

 

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28 ottobre 2012 7 28 /10 /ottobre /2012 15:41

 

 

Phil Ochs

 

E' solo un caso


 

Phil  Ochs  è  un  cantautore  statunitense, particolarmente  critico  verso tutte le

forme di disuguaglianza  sociale presenti  nella nostra società occidentale.

La cosidetta  società  del "benessere". I suoi versi sono ricci di  sensibilità  verso

chi non gode delle stesse opportunità e sono animati dalla speranza di un mondo

improntato alla solidarietà e alla tolleranza.


 

    http://www.30giorni.it/upload/articoli_immagini_interne/1157011435677.jpg 

 

 

Fammi vedere una prigione, fammi vedere una galera,
   

Fammi vedere un prigioniero con la faccia impallidita
   

E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
   

Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

   

Fammi vedere il vicolo, fammi vedere il treno,
   

Fammi vedere il vagabondo che dorme fuori, sotto la pioggia,
   

E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
   

Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

   

Fammi vedere le macchie di whisky sul pavimento,
   

Fammi vedere l'ubriaco che inciampa fuori dalla porta,
   

E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
   

Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

   

Fammi vedere la carestia, fammi vedere la debolezza,
   

Occhi senza futuro che mostrano i nostri fallimenti,
   

E io ti farò vedere dei bambini, e ci son molte ragioni
   

Che, solo per caso, quei bambini non siamo io o te, io e te.

   

Fammi vedere il paese dove son dovute cadere le bombe,
   

Fammi vedere le rovine degli edifici una volta tanto alti,
   

E io ti farò vedere un giovane paese, e ci son molte ragioni
   

Che, solo per caso, quel paese non siamo io o te, io e te.

 

 

Phil Ochs. There But For Fortune, 1966.

 

 

"Scrissi questa canzone pensando a un vecchio modo di dire, 'There but for the grace of God'

(siamo qui solo per grazia di Dio). Ma la grazia di Dio non esiste.

La scrissi mentre andavo verso Lincoln, Nebraska. E' uno dei miei pochi casi in cui ho scritto prima

la musica, che avevo già pronta. Le parole mi sono venute in dieci minuti mentre guidavo.

Il testo primitivo è stato poi migliorato grazie ai commenti di Jean Ray del gruppo

 Jim and Jean." (Phil Ochs) 

 

La canzone, sicuramente la più famosa di Phil Ochs, è stata cantata anche da Joan Baez;

esistono  alcune  versioni  cantate  da  quest'ultima, in cui  la canzone viene introdotta dalla voce di

Phil Ochs che fa finta che la canzone sia stata scritta dalla Baez stessa. Si trattava ovviamente di uno

scherzo. [RV] 


 

     

 

 

 

 

 

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23 ottobre 2012 2 23 /10 /ottobre /2012 13:46

 

 

I sorveglianti

 

di Kurt Tucholsky

 

http://progettocentocin.altervista.org/images/quadro.png

 

Dalla mia finestra sull’altro lato della strada vedo la facciata in mattoni rossi di una

scuola comunale di Berlino.D’estate,e se fa caldo anche in primavera,la scuola comunale

ed io spalanchiamo entrambi le finestre. Sento allora  cinquantatré ugole  infantili  che

assicurano  di  essere  prussiane  e  di  volerlo  essere  e  sento  come  tutto  il  giorno

ininterrottamente vengano innalzati corali al buon Dio, tanto che quel vecchio finirà col

credere che la Prussia in realtà sia un’unica, grande stanza da gioco per bambini.

 

Il  momento  più  divertente  però è dalle 10  alle 11, cioè  quando  è  appena  terminato

l’intervallo. Le classi aspettano che entrino gli insegnanti e naturalmente  quando in una

stanza siedono  cinquanta bambini  non può esserci un gran silenzio. E c’è una classe,  là

al secondo piano, proprio dietro  le prime  finestre a sinistra. Vi siedono  solo  bambine  e

fanno un chiasso infernale,  finché  non  arriva il  signor  maestro  o la  signora maestra a

insegnare loro le gravose tabelline  o i lavoretti di cucito.E visto che a questo mondo ogni

cosa va regolata come si deve,a bada di questo sciame inquieto sono state messe un paio

di sorveglianti  forse sono le prime della classe –,che debbono stare in cattedra e vigilare

a che nessuno faccia chiasso.

 

E stranissimo, ma a quest’ora, dalle dieci alle undici, dalla classe in questione l’unico suono

che mi giunge è quello di due voci acute e stridule, sempre le stesse e a me ormai familiari,

 che gridano: « Silenzio! Volete decidervi a stare zitte? Dovete fare silenzio! Silenzio! » Da

parte  dell’intera  classe  non  sento  niente  altro  che « Silenzio! Silenzio! » Tutte  le altre

bambine stanno zitte e non si muovono. Ci sono solo le sorveglianti a fiutare sempre nuove

ribelli e a richiedere con acutissime voci da soprano un comportamento ammodo …

 

Ma per quanto riguarda la politica tedesca, sia chiaro che non ho detto nulla.

   1914

 

 

 

     

 

 

 

 

 

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21 ottobre 2012 7 21 /10 /ottobre /2012 13:23

 

 

   http://www.gifanimategratis.eu/img/glitter/angeli_glitter/angeli_gliier_1.gif  

 Mosè

 

 

Mosè è un personaggio biblico vissuto nel secolo XIII a. C.

Gli ebrei, spinti da una grave carestia, avevano lasciato la Palestina e vivevano ormai da lunghi

anni in Egitto dove, nel tempo, erano diventati molto numerosi.

Gli Egizi, temendo  che tanti  stranieri potessero  diventare  un pericolo, li obbligarono ai lavori

forzati e li perseguitarono in ogni modo.

Quando nacque Mosè, il faraone-probabilmente Ramesse II-aveva ordinato addirittura di uccidere

tutti i figli maschi degli Ebrei.

Mosè neonato fu messo dalla madre in una cesta e abbandonato sul Nilo. Una figlia del faraone lo

lo raccolse e lo educò alla corte come un principe. Divenuto adulto,Mosè scoprì la sua origine e poi

ebbe da Dio la missione di riportare il suo popolo in Palestina.

 

Le piaghe d'Egitto

 

Il faraone diviene di giorno in giorno più duro verso gli Ebrei e li minaccia e li costringe a lavori sempre

più pesanti, e in mille modi li umilia, tanto che essi si rivolgono piangendo a Mosè e ad Aronne, dicendo

loro:-Perchè mai avete chiesto al Faraone di lasciarci partire? Non vedete che la sua ira s'è rivolta sopra

di noi?

Mosè  allora si rivolse al Signore e questi risponde: 

- Và dal Faraone, e digli che vi lasci andare. Se non lo farà, annuncia che leverò la Mia mano sull'Egitto,

che conoscerà dieci terribili piaghe!

Mosè ed Aronne parlano dunque al Faraone; ma questi, spalleggiato dai suoi sacerdoti, respinge la loro

domanda, nè mostra di temere la minaccia del Signore.

E Iddio allora, manda sull'Egitto dieci tremende piaghe.

 

La prima, è quella del sangue. Il Nilo, il grande fiume che fornisce agli Egizi l'acqua che li disseta e che

feconda i loro campi,si trasforma in sangue;e sangue corrotto rimane per sette giorni. Ma il Faraone non

cede.

 

La seconda piaga è quella delle rane. Dagli stagni, dal fiume, dai fossi, sorgono milioni di rane, che si

spargono ovunque, entrano nelle case, coprono la terra,guastando ogni cosa. Il Faraone si spaventa, e

promette che lascerà partire gli Ebrei, se le rane spariranno. Ma quando esse sono scomparse, egli

ritira la promessa.

 

Altre piaghe dunque vengono: quella delle zanzare, quella delle mosche, e poi la spaventosa peste del

bestiame. Viene poi la piaga delle ulcere: tormentati dagli insetti, con le greggi decimate, gli Egizi si

ricoprono di tumori infetti e dolorosi. Ma il Faraone non cede.

 

Viene allora la settima piaga, quella della grandine, e distrugge ogni campagna, ogni campo coltivato:

non cade,  però, nella terra di Gessan, dove vivono gli Ebrei. Duro di cuore, tuttavia, il Faraone non cede.

 

Ed ecco l'ottava piaga, le locuste. Esse invadono tutto l'Egitto e distruggono tutto quanto è scampato 

alla grandine; e poichè ancora il Faraone rifiuta di lasciar partire gli Ebrei.

 

La nona piaga, quella della tenebra. E' come se il sole si spegnesse, e per tre giorni un buio fitto ed

orribile grava  sull'Egitto, atterrito e silenzioso.

 

Il Faraone non cede; giunge allora l'annuncio della decima, e più spaventosa decima piaga: tutti i figli

primogeniti delle famiglie egizie morranno; e perchè gli Angeli sterminatori possano compiere la loro

terribile opera, e distinguere le case degli Ebrei da quelle degli Egizi, Mosè ordina che ogni Israelita

uccida un agnello, e con il sangue tinga la propria porta. Così vien fatto: e quando la mezzanotte che

segue, giunge la piaga mortale,i primogeniti ebrei sono salvi.Ma non c'è casa egizia in cui non si pianga.

E tutto il grande paese risuona di lamenti.

Il Faraone, stavolta, non ha più coraggio di resistere; nella stessa notte, chiama Mosè ed Aronne e

affranto dice ad essi: - Andate. Vi lascio liberi, voi e il vostro popolo!

 

Gli Egizi nel Mar Rosso

 

http://kattolika.myblog.it/images/mose-mar-rosso.jpg

 

Gli Ebrei, secondo gli ordini di Mosè, s'avviano dunque al mare; ed ecco dunque il prodigio:le acque si

ritirano, formando un passaggio che corre giù, nel fondo stesso dell'abisso. Attraverso di esso il popolo

d'Israele può passare, con carri e le greggi; le acque, trattenute dal volere di Dio, formano ai lati come

liquide ma salde pareti.

Giunge in questo momento il Faraone, e vedendo che gli Ebrei si allontanano grida: - Inseguiamoli! Non

devono sfuggirci!-e avanza;e con lui vanno i suoi cavalieri, con grande fragore d'armi e grida di trionfo...

ma questa è la loro fine. Perchè il Signore, per proteggere il Suo popolo e castigare gli Egizi, ordina alle

acque di richiudersi; e così avviene, e gli Egizi vedono, atterriti, quelle muraglie d'acqua quasi franare,e

ricadere loro addosso da ogni lato. Nel fondo del mare,  troppo  lontano dalle  rive, non hanno scampo:

tutti periscono annegati, e le acque si distendono su di loro.

Dalla  sponda  opposta, che hanno faticosamente  raggiunta, gli Ebrei  si volgono  a guardare  il mare, sul

quale appaiono i corpi degli Egizi annegati:-Sì, il Signore - mormorano - è veramente con noi, e ci mostra i

Suoi miracoli e non abbandona il Suo popolo. - Mosè rende grazie a Dio, e poi ordina. - In marcia!

Lo seguono; ma la strada, nel deserto che nuovamente si stende davanti a loro, è dura e difficile; e presto

si esauriscono i viveri portati dall'Egitto. Viene la stanchezza, e con la stanchezza la sfiducia, e la gente

comincia  a mormorare contro Mosè: - Ci dici: avanti in marcia. Ma  quando arriveremo? O forse, morremo

lungo  la  strada? Non  sarebbe  stato  meglio  rimanere schiavi in Egitto, che morire di fame e di sete in

questa terra desolata?

- Abbiate fiducia in Dio, ed Egli ci aiuterà!-risponde Mosè, perchè il Signore gli ha rivelato che dal cielo farà

farà giungere carne al Suo popolo; e poi, ogni mattina, il pane sufficiente a sfamare tutti.

Ed ecco infatti,la stessa sera un immenso stormo di quaglie scendere dal cielo proprio sul campo degli Ebrei,

che  le catturano, le cucinano  e  se  ne saziano. Ed  ecco ancora, il  giorno  dopo  all'alba,  tutto  attorno

all'accampamento una strana e densa rugiada bianca. Gli Israeliti, non sapendo che cosa fosse, stupefatti si

si domandarono: - Manhu? - che vuol dire - Che è questo?

Risponde Mosè: - E' il pane che vi ha promesso il Signore. Prendetelo e mangiatelo!

Così vien fatto, e gli  Ebrei trovano  squisito quel cibo. Iddio  lo manda ad essi  ogni  mattina; ed esso viene

chiamato " manna ".  

 

                                                                                                                              http://www.gifanimategratis.eu/img/glitter/angeli_glitter/angeli_glitter2.gif

 

     

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13 ottobre 2012 6 13 /10 /ottobre /2012 14:45

 

 

  Sull'amore

 

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“Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole
                 
soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente
 
comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita.
 
Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto,e
                
sempre più mi parve di capire ciò che da valore e piacere alla nostra
                 
esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire. Ovunque
                 
 scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare “felicità”,
 
consisteva di sensazioni. Il denaro non era niente, il potere non era niente.
                 
Si vedevano molti che avevano sia l’uno che l’altro ed erano infelici.
 
La bellezza non era niente: si vedevano uomini belli e donne belle
                 
che erano infelici nonostante la loro bellezza. Anche la salute non aveva
                 
un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c’erano malati pieni
                 
di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c’erano
                 
sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza.
                 
Ma la felicità era ovunque una persona avesse forti sentimenti e
 
vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza,
                 
ma li coltivasse e ne traesse godimento. La bellezza non appagava
                 
chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla.C’erano moltissimi
                 
sentimenti, all’apparenza, ma in fondo erano una cosa sola.
                 
Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro.
                 
Io lo chiamo amore. La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare.
                 
Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa
                 
e percepisca la propria vita. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa.
                 
L’amore è desiderio fattosi saggio; l’amore non vuole avere;
                 
vuole soltanto amare."
                 
         
                 
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Scritto sulla sabbia
 
                 
                 

Che il bello e l'incantevole
                                   
Siano solo un soffio e un brivido,
                                   
che il magnifico entusiasmante amabile
 
non duri: nube, fiore, bolla di sapone,
                                   
fuoco d'artificio e riso di bambino,
 
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
 
e tante altre fantastiche cose,
                                   
che esse appena scoperte svaniscano,
                                   
solo il tempo di un momento
                                   
solo un aroma, un respiro di vento,
                                   
ahimè lo sappiamo con tristezza.
                                   
E ciò che dura e resta fisso
                                   
non ci è così intimamente caro:
 
pietra preziosa con gelido fuoco,
                                   
barra d'oro di pesante splendore;
                                   
le stelle stesse, innumerabili,
                                   
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi -
                                   
effimeri-, non raggiungono il fondo dell'anima.
               
No, il bello più profondo e degno dell'amore
                                   
pare incline a corrompersi,
                                   
è sempre vicino a morire,
                                   
e la cosa più bella, le note musicali,
                                   
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
                                   
sono solo soffi, correnti, fughe
                                   
circondate d'aliti sommessi di tristezza
                                   
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
                                   
si lasciano costringere, tenere;
                                   
nota dopo nota, appena battuta
                                   
già svanisce e se ne va.
                                   
Così il nostro cuore è consacrato
                                   
con fraterna fedeltà
                 
a tutto ciò che fugge
                                   
e scorre,
                                   
alla vita,
                                   
non a ciò che è saldo e capace di durare.
                                   
Presto ci stanca ciò che permane,
                                   
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
                                   
noi anime-bolle-di-vento-e-sapone
                                   
sospinte in eterno mutare.
                                   
Spose di un tempo, senza durata,
 
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
                                   
per cui un battito d'ali d'uccello
                                   
il morire di un gioco di nuvole,
                                   
scintillio di neve, arcobaleno,
                                   
farfalla, già volati via
 
per cui lo squillare di una risata,
                                   
che nel passare ci sfiora appena,
                                   
può voler dire festa o portare dolore.
                                   
Amiamo ciò che ci somiglia,
                                   
e comprendiamo
                                   
ciò che il vento ha scritto
                                   
sulla sabbia.
 
   
      
                 
        
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7 ottobre 2012 7 07 /10 /ottobre /2012 15:13

 

  Uno scherzo divertente

 

Il burro nel cappello

 

ceppo-di-natale-1-.jpg

 

In una certa notte d'inverno, un bottegaio si preparava a chiudere il suo negozio per la notte.

Mentre stava fuori nella neve, a controllare che le vetrine fossero  ben chiuse, si  accorse  che

un ragazzotto di nome Seth, rimasto dentro, acchiappava di nascosto una confezione da mezzo

chilo di burro fresco e se la nascondeva nel cappello. Vedere la birbonata e pensare la vendetta

fu tutt'uno per il bottegaio.

- Ehi, Seth! - esclamò rinchiudendosi dietro l'uscio nel rientrare; e battè cordialmente la mano 

sulla spalla del ladro, scuotendo  la  neve dagli  stivali. Seth  aveva già  la mano sulla maniglia

della porta, ansioso di svignarsela il più presto possibile.

- Siedi un momento, mio caro. Con questo freddaccio un goccetto di roba calda è quel che ci

vuole!

Seth esitava; desiderava battersela,a causa del burro, ma la tentazione di qualcosa di caldo era

più forte. Intanto il bottegaio lo spinse gentilmente per le spalle e lo piantò a sedere vicino alla

stufa. Poi disse:

- Berremo una bella cioccolata bollente, altrimenti in una notte come questa, c'è da gelare.

E, aperto lo sportello della stufa, ci ficcò dentro tutta la legna che ci poteva entrare.

Seth sentiva il burro sulla testa farsi sempre più pesante e i suoi capelli farsi sempre più

appiccicati ; scattò su dicendo che doveva andare via subito.

- Non prima di aver bevuto - disse l'altro ricacciandolo sulla sedia.

- Fa così caldo qui! - gemette il misero ladro tentando ancora di alzarsi.

- Via, siediti e non avere così fretta - rispose il bottegaio.

- Ho da spaccare la legna, debbo proprio andare - insistè il briccone perseguitato.

- Su, su, stai tranquillo. Come sei nervoso stasera! - esclamò l'altro con un perfido sogghigno.

Poi porse a Seth la tazza di cioccolata bollente e proseguì: - Faremo un brindisi e sentirai andar

giù la  cioccolata liscia come il burro!

Lì per lì, Seth non fece troppo caso alla parola "burro" perchè era stata pronunciata con tale

semplicità da escludere di essere sospettato...

- Via, via, prendi il tuo burro...cioè, la tua cioccolata.

Il povero Seth fumava da un lato e si liquefaceva dall'altro, la sua bocca era completamente

sigillata come se fosse muto. Il burro colava a rivoli sotto il cappello e il suo fazzoletto da collo

era già unto e bisunto.

Chiaccherando, come se niente fosse, il maligno bottegaio continuava a metter legna nella stufa.

A un certo punto disse:

- Ma...Seth, tu stai sudando...Hai così caldo? Perchè non ti togli il cappello? Dammelo qua, via.

- No! - esclamò il povero Seth e aggiunse, in un soffio: - Devo assolutamente andare via! Fatemi

uscire! Non sto bene!

Una cascata untuosa gli colava lungo il viso e il collo, gli inondava i vestiti e gocciolava fin dentro

gli stivali. Seth era letteralmente in un mare di burro.

- Arrivederci, allora - disse il bottegaio - visto che vuoi andartene!

E, mentre l'altro si precipitava fuori, aggiunse:

- Ehi, Seth! lo scherzo che ti ho fatto vale giusto il costo del burro che hai nel cappello. Così non

ne parleremo più!

- MARK TWAIN  -

 

     

 

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  • Etta
  •  
 
--- La pittura è una poesia che si vede e non si sente, 
e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.
(Leonardo da Vinci)
  • --- La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede. (Leonardo da Vinci)

                                                                                  
 

Risultati immagini per il mio cuore, poesia, cammina lentamente, lenta come l'erica dell

 
 
 Sul mio cuore, poesia, cammina lentamente,
lenta come l’erica delle paludi,
come un uccello plana sul ghiaccio notturno.
Se frangi la crosta di questa mia pena
Potresti annegare, poesia.


Olav H. Hauge  
 
 
 
                                           5Gd_q2Uv210---Copia.jpg                                 
   
    
 Questa strada ha un cuore.
Per me c'è solo un viaggio
su strade che hanno un cuore.
Là io voglio andare
è l' unica sfida che valga la pena.
     
   

 

Testo Libero

Testo Libero