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15 novembre 2015 7 15 /11 /novembre /2015 15:41

 

 

 

Kostantinos Petrou Kavafis, (1863-1933) è stato un giornalista e poeta greco.

Considerato tra i più raffinati ed  eleganti poeti del Novevento, capace  di sottilissime

analisi dei sentimenti e  di  approfondite  riflessioni  sulla  vita  interiore. La  notevole

potenza   espressiva   mette   in   evidenza   la   sua    personalità,    ora   inquieta   ora

sconcertante, soprattutto  se si tiene conto di certi  accenti  sensuali ed amori ambigui

e omosessuali. Cosiderato   anticonformista  e scettico,  Kavafis  venne  giudicato con

diffidenza  dai  suoi  contemporanei che lo ritenevano  una minaccia per i valori della

religione cattolica, l'eterosessualità e della patria greca.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lontano

 

Dire vorrei questo ricordo… Ma

s’è così spento… quasi nulla resta:

lontano, ai primi anni d’adolescenza, posa.

Pelle di gelsomino…

E la sera d’agosto (agosto fu?)

Ormai ricordo appena gli occhi: azzurri, forse…

Oh, azzurri, sì! Come zaffiro azzurri.

 

 

Mare mattutino

 

Fermarmi qui! Mirare anch’io questa natura un poco.

Del mare mattutino e del limpido cielo

smaglianti azzurri, e gialla riva: tutto

s’abbella nella grande luce effusa.

Fermati qui. Illuso di mirare ciò che vidi

davvero l’attimo che ristetti,

e non le mie fantasie, anche qui,

le memorie, le forme del piacere.

 

 

Il settembre 1903

 

Almeno con inganni adesso illudermi…
Per non sentire la mia vita vuota.
Ero tanto vicino tante volte
quella paralisi, quella viltà…

Perché rimasi con le labbra chiuse,
e dentro me piangeva la mia vita vuota
e vestivano a bruno i desideri?

E tante volte ero tanto vicino
agli occhi, e alle labbra d’amore,
a quel sognato, a quell’amato corpo.
E tante volte ero tanto vicino.

 

 

 

Sulla soglia del caffè

 

Accanto, dissero qualcosa: attento

mi rivolsi alla soglia del caffè.

E vidi, allora, lo stupendo corpo,

dove di sé faceva maggior prova Amore:

vi plasmava gioioso acconce membra,

innalzava, scolpita, la persona,

con emozione vi plasmava il viso,

del suo tratto lasciando come un arcano senso

sulla fronte, sugli occhi, sulla bocca.

 

 

 

Guardai così fissa

 

Guardai cosí fissa la bellezza

che se n’è riempito lo sguardo.

Linee del corpo. Labbra rosse. Membra sensuali.

Capelli come da statue greche presi:

anche se spettinati sempre belli,

caduti un po’ sopra le fronti bianche.

Volti d’amore, come li voleva

la mia poesia… le notti della mia giovinezza,

nelle mie notti incontrati di nascosto…

 

 

Torna

 

Torna sovente e prendimi,

palpito amato, allora torna e prendimi,

che si ridesta viva la memoria

del corpo e antiche brame trascorrono nel sangue

allora che le labbra ricordano, e le carni,

e nelle mani un senso tattile si riaccende.

Torna sovente e prendimi, la notte,

allora che le labbra ricordano, e le carni…

 

 

La città

 

Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.

Una città migliore di questa ci sarà.

Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua

giace sepolto, come un morto, il cuore.

E fino a quando, in questo desolato languore?

Dove mi volgo, dove l’occhio giro,

macerie nere della vita miro,

ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare».

 

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.

Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:

le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,

ti farai bianco nelle stesse mura.

Perenne approdo, questa città. Per la ventura

nave non c’è né via – speranza vana!

La vita che schiantasti in questa tana

breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari.

 

 

Candele

 

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese -
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte e storte.

Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto,
la memoria m'accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
come s'alluga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

 

 

Turbamento

 

L'anima mia nel mezzo della notte
è paralizzata e confusa.
Fuori, fuori di lei si compie la sua vita.
E attende la favolosa aurora.
E anch'io dentro di lei, con lei,
attendo, m'annoio, mi consumo
.

 

 

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  • mondodiverso
  •  
 
--- La pittura è una poesia che si vede e non si sente, 
e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.
(Leonardo da Vinci)
  • --- La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede. (Leonardo da Vinci)

                                                                    

 

 Sul mio cuore, poesia, cammina lentamente,
lenta come l’erica delle paludi,
come un uccello plana sul ghiaccio notturno.
Se frangi la crosta di questa mia pena
Potresti annegare, poesia.


Olav H. Hauge  
 
 
 
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 Questa strada ha un cuore.
Per me c'è solo un viaggio
su strade che hanno un cuore.
Là io voglio andare
è l' unica sfida che valga la pena.
     
   

 

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