Di mondodiverso

OPHELIA
Arthur Rimbaud
Dove dormono le stelle, nell’onda calma e nera
la bianca Ofelia ondeggia come un grande giglio,
ondeggia lentamente, stesa nei suoi lunghi veli…
– Arrivano dai lontani boschi i gridi della caccia.
Sono più di mille anni che la triste Ofelia
passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero.
Sono più di mille anni che la sua dolce follia
mormora una romanza alla brezza della sera.
Il vento bacia i suoi seni, sciogliendo in corolle
i suoi grandi veli cullati mollemente dalle acque;
i salici fruscianti piangono sulla sua spalla,
sulla sua ampia fronte sognante s’inchinano i fuscelli.
Le sfiorate ninfee intorno le sospirano;
talvolta Ofelia sveglia, in un ontano che dorme,
qualche nido, da cui sfugge un breve fremito d’ala:
– un canto misterioso scende dagli astri d’oro.
O pallida Ofelia, bella come le nevi!
Tu sei morta bambina rapita dalle correnti!
– I venti di Norvegia dalle alte vette
ti avevano parlato dell’aspra libertà;
e un soffio, scompigliando la tua folta chioma,
al tuo animo sognatore portava strani rumori;
e il tuo cuore ascoltava il canto della Natura
nei pianti degli alberi, nei sospiri notturni;
e la voce dei mari folli, immenso rantolo,
spezzava il tuo sesso fanciullo; troppo dolce e umano,
e un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido,
un pazzariello, si accoccolò muto ai tuoi ginocchi!
Cielo! Amore! Libertà! Quale sogno, o pazza mia!
Tu ti scioglierai in lui come la neve al sole:
le tue grandi visioni strozzavano la tua parola
– e l’Infinito terribile sbigottì il tuo occhio cupo.
– E il poeta dice che ai raggi delle Stelle
vieni a cercare, di notte, i fiori che cogliesti;
e d’avere visto sull’acqua, distesa fra i suoi lunghi veli,
la bianca Ofelia, come un gran giglio, ondeggiare.

I FIORI DI OPHELIA
William Shakespeare
C’è un salice che cresce storto sul ruscello
e specchia le sue foglie canute nella corrente di vetro;
Lì ella fece fantastiche ghirlande, di ranuncoli,
ortiche, margherite, e di quei lunghi fiori purpurei
a cui gli osceni pastori danno un nome più volgare,
ma le nostre caste fanciulle chiamano dita di morto.
Lì, sui rami spioventi arrampicandosi ad appendere
le sue coroncine, un maligno ramoscello si spezzò,
e giù caddero i suoi fioriti trofei e lei stessa
nel piangente ruscello. Le sue vesti si allargarono
e come una sirena per un poco la tennero su,
e in quel mentre cantava passi di vecchie canzoni
come una inconsapevole della sua ora disperata,
o come una creatura nata e cresciuta
in quell’elemento. Ma non poteva durare a lungo,
e infine i suoi vestiti, pesanti di quanto avevano bevuto
trassero la povera infelice dal suo melodioso canto
alla fangosa morte.
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