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LA STEPPA

 

Anton Cecov

 

 

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La steppa è titolo di un bel racconto, forse il più lirico, di Anton Čechov

 

 

Pubblicato nel 1888, è la prima opera narrativa di una certa ampiezza del grande scrittore russo. I veri protagonisti sono il paesaggio russo, i bambini e la loro infanzia. E' la descrizione di un viaggio del giovane fanciullo Egoruska, che si reca in città per frequentare la scuola: un carro che si sposta da un luogo  all'altro attraverso la steppa  sterminata  e piena di misteri. Il paesaggio è descritto meravigliosamente. La vastità della steppa, l'invisibile vita che in essa pullola, la profondità del cielo notturno, diventano gli interpreti delle emozioni, delle sensazioni e dei  sentimenti del protagonista.

 

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“Ma volgi un’occhiata al cielo di un verde pallido, disseminato di stelle, dove non c’è né una nuvoletta, né una macchia, e capisci perché l’aria tepida è immobile, perché la natura sta in guardia e teme di muoversi: le è penoso e le rincresce perdere anche un sol attimo di vita. Della profondità immensa e della vastità senza confini del cielo si può giudicare soltanto in mare, e nella steppa di notte, quando splende la luna. Esso è pauroso, bello e accarezzante, ha un aspetto languido e invita a sé, ma la sua carezza ti dà il capogiro”

Read more https://www.postpopuli.it/19882-anton-pavlovic-cechov-la-steppa-e-lanima-slava/
 
“Ma volgi un’occhiata al cielo di un verde pallido, disseminato di stelle, dove non c’è né una nuvoletta, né una macchia, e capisci perché l’aria tepida è immobile, perché la natura sta in guardia e teme di muoversi: le è penoso e le rincresce perdere anche un sol attimo di vita. Della profondità immensa e della vastità senza confini del cielo si può giudicare soltanto in mare, e nella steppa di notte, quando splende la luna. Esso è pauroso, bello e accarezzante, ha un aspetto languido e invita a sé, ma la sua carezza ti dà il capogiro”

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«Quando per lungo tempo guardi il cielo profondo, senza staccarne gli occhi, i pensieri e l’anima si confondono nel senso della solitudine. Tu incominci a sentirti irrimediabilmente solo e tutto ciò che prima consideravi  vicino e familiare, diventa  infinitamente  lontano  e privo  di    valore. Le  stelle,  che   guardano  dal  cielo già da migliaia di  anni, lo  stesso  cielo   inesplicabilmente  e la foschia, indifferenti verso la breve vita dell’uomo, allorché tu resti con loro a faccia a faccia e cerchi di penetrarne il senso, ti opprimono l’anima col loro silenzio; e ti viene in mente quella solitudine che attende ognuno di noi nella tomba e l’essenza della vita ti appare disperata, orribile…» (pp. 174-175). 
 
 
Avanzando, lo scrittore evoca il cielo al crepuscolo e la sensazione di sbigottimento che esso suscita nell’animo del viaggiatore: “Ma volgi un’occhiata al cielo di un verde pallido, disseminato di stelle, dove non c’è né una nuvoletta, né una macchia, e capisci perché l’aria tepida è immobile, perché la natura sta in guardia e teme di muoversi: le è penoso e le rincresce perdere anche un sol attimo di vita. Della profondità immensa e della vastità senza confini del cielo si può giudicare soltanto in mare, e nella steppa di notte, quando splende la luna. Esso è pauroso, bello e accarezzante, ha un aspetto languido e invita a sé, ma la sua carezza ti dà il capogiro”; “Quando per lungo tempo guardi il cielo profondo, senza staccarne gli occhi, i pensieri e l’anima, chi sa perché, si fondono nella coscienza della solitudine. Cominci a sentirti irrimediabilmente solo, e tutto ciò che prima consideravi vicino e familiare diventa infinitamente lontano e privo di valore. Le stelle, che già da migliaia di anni guardano dal cielo, il cielo indecifrabile stesso e la foschia, indifferenti alla breve vita dell’uomo, quando resti con loro a quattr’occhi e cerchi di penetrarne il senso, opprimono l’anima col loro silenzio; ti viene in mente la solitudine che attende ognuno di noi nella tomba, e l’essenza della vita ti appare disperata, orribile…”.

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Avanzando, lo scrittore evoca il cielo al crepuscolo e la sensazione di sbigottimento che esso suscita nell’animo del viaggiatore: “Ma volgi un’occhiata al cielo di un verde pallido, disseminato di stelle, dove non c’è né una nuvoletta, né una macchia, e capisci perché l’aria tepida è immobile, perché la natura sta in guardia e teme di muoversi: le è penoso e le rincresce perdere anche un sol attimo di vita. Della profondità immensa e della vastità senza confini del cielo si può giudicare soltanto in mare, e nella steppa di notte, quando splende la luna. Esso è pauroso, bello e accarezzante, ha un aspetto languido e invita a sé, ma la sua carezza ti dà il capogiro”; “Quando per lungo tempo guardi il cielo profondo, senza staccarne gli occhi, i pensieri e l’anima, chi sa perché, si fondono nella coscienza della solitudine. Cominci a sentirti irrimediabilmente solo, e tutto ciò che prima consideravi vicino e familiare diventa infinitamente lontano e privo di valore. Le stelle, che già da migliaia di anni guardano dal cielo, il cielo indecifrabile stesso e la foschia, indifferenti alla breve vita dell’uomo, quando resti con loro a quattr’occhi e cerchi di penetrarne il senso, opprimono l’anima col loro silenzio; ti viene in mente la solitudine che attende ognuno di noi nella tomba, e l’essenza della vita ti appare disperata, orribile…”.

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Quando per lungo tempo guardi il cielo profondo, senza staccarne gli occhi, i pensieri e l’anima, chi sa perché, si fondono nella coscienza della solitudine.

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Avanzando, lo scrittore evoca il cielo al crepuscolo e la sensazione di sbigottimento che esso suscita nell’animo del viaggiatore: “Ma volgi un’occhiata al cielo di un verde pallido, disseminato di stelle, dove non c’è né una nuvoletta, né una macchia, e capisci perché l’aria tepida è immobile, perché la natura sta in guardia e teme di muoversi: le è penoso e le rincresce perdere anche un sol attimo di vita. Della profondità immensa e della vastità senza confini del cielo si può giudicare soltanto in mare, e nella steppa di notte, quando splende la luna. Esso è pauroso, bello e accarezzante, ha un aspetto languido e invita a sé, ma la sua carezza ti dà il capogiro”; “Quando per lungo tempo guardi il cielo profondo, senza staccarne gli occhi, i pensieri e l’anima, chi sa perché, si fondono nella coscienza della solitudine. Cominci a sentirti irrimediabilmente solo, e tutto ciò che prima consideravi vicino e familiare diventa infinitamente lontano e privo di valore. Le stelle, che già da migliaia di anni guardano dal cielo, il cielo indecifrabile stesso e la foschia, indifferenti alla breve vita dell’uomo, quando resti con loro a quattr’occhi e cerchi di penetrarne il senso, opprimono l’anima col loro silenzio; ti viene in mente la solitudine che attende ognuno di noi nella tomba, e l’essenza della vita ti appare disperata, orribile…”.

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Avanzando, lo scrittore evoca il cielo al crepuscolo e la sensazione di sbigottimento che esso suscita nell’animo del viaggiatore: “Ma volgi un’occhiata al cielo di un verde pallido, disseminato di stelle, dove non c’è né una nuvoletta, né una macchia, e capisci perché l’aria tepida è immobile, perché la natura sta in guardia e teme di muoversi: le è penoso e le rincresce perdere anche un sol attimo di vita. Della profondità immensa e della vastità senza confini del cielo si può giudicare soltanto in mare, e nella steppa di notte, quando splende la luna. Esso è pauroso, bello e accarezzante, ha un aspetto languido e invita a sé, ma la sua carezza ti dà il capogiro”;

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Anton Pavlovič Čechov è stato uno scrittore e drammaturgo russo.

29 gennaio 1860, Taganrog. Russia

       15 luglio 1904, Badenweiler, Germania.

 

 

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