Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie. Le leggono dieci persone, in ogni caso. A tre non piacciono per partito preso. Tre provano un vago struggimento ma devono pensare ai rubinetti che perdono e al traffico cittadino. A due piacciono e non avrebbero problemi a dirtelo, ma non sanno come. Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità. La decima si chiede se porti le lenti a contatto.
E noi corrotti come chiunque altro da un mondo assuefatto ai carboidrati e alle parole,
brancoliamo ancora fra tramonti, metrica e schegge di speranza
per un istante immuni dal terribile contagio dell’abitudine.