Di mondodiverso
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Conoscere una ragazza
Arthur si volse, e si scostò un poco perchè la ragazza potesse avvicinarsi
al bar. Lei lo ringraziò, e chiese quattro sacchetti di patatine fritte.
Aveva il cappotto aperto sopra un abito di un giallo carico abbotonato da
cima a fondo da bottoni dello stesso colore.
- E' il compleanno di qualcuno?- le domandò.
-No,- rispose lei prontamente, -Mamma festeggia le sue nozze d'argento.
- Anche lei abita da queste parti? - le domandò.
- No, - gli rispose, - io abito a Broxtowe. Mi piace stare in quelle belle case
nuove. E' un po' lontano dai negozi, ma c'è aria buona - Egli le suggerì di
portare le patate ai suoi parenti e di tornare al banco.
- Va bene, - disse lei. La sentì dire molto forte a sua madre che aveva in-
contrato un suo compagno di lavoro e che voleva parlare un po' con lui.
- E' sorda sua madre? - le domandò al suo riorno, offrendole una sigaretta.
- Sì. E per la strada quando sentono che urlo in quel modo, mi prendono
per una becera. No, non fumo, grazie.
Egli rise, e le chiese come si chiamava.
- Doreen. Fa pietà, vero?
- Perchè? Doren non è mica brutto. Io mi chiamo Arthur. Non saranno dei
gran nomi, ma non è colpa nostra, no?
- Ma potevano sceglierne uno meno brutto del mio.
Arthur bevette l'ultima goccia del suo bicchiere. - Nessuno è mai contento
di quello che ha.
Altrimenti il mondo non sarebbe più lo stesso. E dove lavora?
- Io? Alla Maris, la fabbrica di retine da capelli. Va bene, prenderò una si-
garetta. Ma è meglio che non mi faccia vedere dalla mamma, altrimenti
non la finisce più di brontolare. Ormai sono tre anni che lavoro là, da
quando ho finito la scuola.
L'avrei giurato, si disse. Diciannove anni. - Io lavoro in una fabbrica di bi-
ciclette, - le disse.- E' bello lavorare in una grossa fabbrica: hai un premio
di produzione a Natale, una gita organizzata a blackpool, un circolo spor-
tivo dove puoi andare a bere qualcosa.
Bello un corno pensò.
- Che cosa fa durante la settimana? - arrischiò Arthur. - Non va mai al
cinema?
Lei lo guardò con sospettosi occhi bruni. - Solo il lunedì. Perchè?
- Che strano, anch'io vado sempre al cinema al lunedì sera. E' la sera mi-
gliore per andarci, perchè il sabato e la domenica vedo gli amici e vado a
bere qualcosa, e tutti gli altri giorni ho un mucchio di cose da fare, aggiu-
stare le bici o preparare gli attrezzi da pesca. E poi il lunedì sera cam-
biano programma in tutti i cinema. A quale va di solito?
- Al Gramby.
- Ogni tanto ci vado anch'io al lunedì, - lui le disse, - ma non lo mai vista.
- E' perchè ci vanno centinaia di altre persone, - lei rispose, ridendo.
- Allora l'aspetto domani sera alle sette, - disse lui. - Che cosa danno al
cinema domani? Qualcosa di buono?
- Non ha detto che andava spesso al Gramby? - Lei le domandò, secca.
- Si sa sempre cosa danno dopo perchè fanno vedere i " prossimamente ".
Toccato. - Lo so, - le disse. - Ma non ci faccio molta attenzione, e me ne
dimentico appena sono uscito. Non ho un filo di memoria. Mi dimentico
perfino del film che ho visto, a meno che sia davvero una cannonata.
Devo aver visto migliaia di film, come tutti, ma scommetto che non me
ne ricordo neppure una dozzina. L'Enrico V me lo ricordo, e dire che è un
film di qualche anno fa, ma è perchè l'ho visto cinque o sei volte. E ho let-
to anche quel lungo discorso che fa al suo esercito prima della battaglia.
E' nel libro di mio fratello.
- Lo sa a memoria? Me lo dica un po'.
Qualcosa. Ricordava certe frasi pronunciate dalla voce tonante del re, ma
non avrebbe saputo ripeterle.
Poichè chi oggi spargerà il suo sangue con .me sarà mio fratello...questa
storia il buon uomo insegnerà a suo figlio... gli daremo il passaporto e gli
metteremo in borsa i denari per il suo viaggio...Non vorremmo morire...
i vecchi dimenticano...che ha combattuto con noi il giorno di San
Crispino...
- L'ho dimenticato.
E' troppo lungo. Ma se vuole glielo posso copiare dal libro di mio fratel-
lo, Sam.
- No, non si prenda tutto quel disturbo. Lawrence Olivier lavora bene non
le pare?
E poi è bello. Mi ricorda sempre un ragazzo che una volta lavorava nel
nostro ufficio.
La donna gridò - Signori, si chiude! Si chiude, prego!
- A domani sera allora - disse Arthur.
- Si. Alle sette. Ma venga sul serio, non mi faccia scherzi.
Le luci cominciarono a spegnersi e accendersi per affrettare la loro uscita.
- Perchè dice queste cose? Sarò là alle sette precise - La madre la chiamava.
- Allora, arrivederci.
- Salve. A domani.
Ce l'ho fatta, disse, uscendo sul marciapiede; ce l'ho fatta, camminando
per la strada. La gente usciva dai pub, si formavano le code alle fermate
degli autobus - quelle tremule code di girino della fine settimana.
Il tempo passa, pensò. La Grande Fiera arriverà prima che ce ne accorgia-
mo, con le notti nere e il freddo dell'inverno, e sotto Natale tutti andranno
nei circoli a riempirsi di cioccolata, salsicce e alcool. A dicembre ne avrò
ventitre. Tra poco sarò un vegliardo.
Alan Silittoe
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