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Giorgio Caproni

 

 

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Giorgio Caproni nacque a Livorno nel 1912, ma genovese d'adozione, si trasferì a Roma alla fine della Seconda Guerra mondiale, alternando l'attività d'insegnante a quella di critico e traduttore. Affermatosi come uno dei maggiori poeti del secondo Novecento, Caproni nelle sue liriche ha trattato essenzialmente tre temi: la città, la figura materna, il viaggio, inteso come allegoria della vita.

Morì nella capitale nel 1960.

 

 

Perch'io...

 

Il poeta  in  questa  lirica  ci trascina  subito  nella  solitudine  di una notte buia che illumina  con immagini, nate di colpo nella sua mente, di ineguagliabile suggestione ad un punto tale da far entrare il lettore in un'altra dimensione.

 

... perch' io, che nella notte abito solo,

anch'io, di notte, strusciando un cerino

sul muro, accendo cauto una candela

bianca nella mia mente - apro una vela

timida nella tenebra, e il pennino

strusciando che mi scricchiola, anch'io scrivo

e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto

che mi bagna la mente...

 

 

 

Preghiera

 

 La poesia  è strutturata come una preghiera. Il poeta  chiede alla propria anima di compiere un viaggio nel passato, in un luogo che diventa tempo, alla ricerca della madre, perchè non è riuscito ad incontrarla in qulla Livorno che pure l'ha vista camminare, ragazza per le strade. 

 

Anima mia, leggera

va' a Livorno, ti prego.

E con la tua candela

timida, di nottetempo

fa' un giro; e, se n'hai il tempo,

perlustra e scruta, e scrivi

se per caso Anna Picchi

è ancora viva tra i vivi .

 

Proprio quest'oggi torno,

deluso, da Livorno.

Ma tu, tanto più netta

di me, la camicetta

ricorderai, e il rubino

di sangue, sul serpentino

d'oro che lei portava

sul petto, dove s'appannava.

 

Anima mia, sii brava

e va' in cerca di lei.

Tu sai cosa darei

se la incontrassi per strada.

 

 

 

Gorgio Caproni è un  poeta di  difficile classificazione. La sua  lirica può essere messa nel filone di poesia antinovecentesca, avendo una fisionomia decisamente originale e unica nel panorama italiano italiano del Novecento. 

 

 

Furto

 

Hanno rubato Dio.

Il cielo è vuoto.

Il ladro non è ancora stato

( non lo sarà mai ) arrestato.

 

 

Clausola

 

Tanto per non finire:

la  morte così allegra a viverla

ora la dovrei morire?

 

(Non me la sento d'ucciderla)

 

 

 

Squarcio

 

Vita d'ogni teorema.

Sapere cos'è il bicchiere.

Disperatamente sapere

che cosa non è il bicchiere,

le disperate sere

quando (la mano trema,

trema) nel patema

 è impossibile bere.

 

 

 

Per lei

 

Per lei voglio rime chiare

usuali: in - are.

Rime magari vietate,

ma aperte: ventilate.

Rime coi suoni fini

(di mare) dei suoi orecchini.

O che abbiano, coralline,

le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza

(Annina era così schietta)

conservino l'eleganza

povera, ma altrettanto netta.

Rime che non siano labili,

anche se orecchiabili.

Rime non crepuscolari,

ma verdi, elementari.

 

 

 

Il Congedo  del  viaggiatore cerimonioso affronta il tema del viaggio, più  che della morte reale (la morte della madre era già stata rappresentata in Ad Portam Inferi come viaggio in treno) di una  sorte  di  morte - in -  vita, di  una disperata rinuncia alle ragioni che legano comunemente gli  uomini alla vita nel loro indaffarato agire nel mondo.

 

Congedo del viaggiator cerimonioso 

 

 

Amici, credo che sia

per me cominciare

a tirar giù la valigia.

Anche se non so bene l'ora

d'arrivo, e neppure

conosca quali stazioni

precedano la mia,

sicuri segni mi dicono,

da quanto m'è giunto all'orecchio

di questi luoghi, ch'io

vi dovrò presto lasciare.

 

Vogliatemi perdonare

quel po' di disturbo che reco.

Con voi sono stato lieto

dalla partenza, e molto

vi sono grato, credetemi,

per l'ottima compagnia.

 

Ancora vorrei conversare

a lungo con voi. Ma sia.

Il luogo del trasferimento

lo ignoro. Sento

però che vi dovrà ricordare

spesso, nella nuova sede,

mentre il mio occhio già vede

dal finestrino, oltre il fumo

umido del nebbione

che ci avvolge, rosso

il disco della mia stazione. 

 

Chiedo congedo a voi

senza potervi nascondere,

lieve, una costernazione.

Era così bello parlare

insieme, seduti di fronte :

così bello confondere

i volti (fumare,

scambiandoci le sigarette),

e tutto quel raccontare

di noi (quell'inventare

facile, nel dire agli altri)

fino a poter confessare

quanto, anche messi alle strette,

mai avremmo osato un istante

(per sbaglio) confidare.

 

(Scusate. E' una valigia pesante

anche se non contiena molto:

tanto ch'io mi domando perchè

l'ho recata, e quale

atuto mi potrà dare

poi, l'avrò con  me.

Ma pure la debbo portare,

non fosse che per seguire l'uso.

Lasciatemi, vi prego, passare.

Ecco. Ora ch' essa è

nel corridoio, mi sento

più sciolto. Vogliate scusare)

 

Dicevo ch'era bello stare

insieme. Chiaccherare.

Abbiamo avuto qualche

diverbio, è naturale.

Ci siamo - ed è normale

anche questo - odiati

su più un punto, e frenati

soltanto per cortesia.

Ma, cos' importa. Sia

come sia, torno

a dirvi, e di cuore, grazie

per l'ottima compagnia.

 

Congedo a lei , dottore

e alla sua feconda dottrina.

Congedo a te, ragazzino

smilzo, e al tuo lieve afrore

di ricreatorio e di prato

sul volto, la cui tinta

mite si è lieve stinta.

Congedo, o militare

(o marinaio! In terra

come in cielo ed in mare)

alla pace e alla guerra.

Ed anche a lei, sacerdote,

congedo, che m' ha chiesto s' io

(scherzava!) ho avuto in dote

di credere al vero Dio.

 

Congedo alla sapienza

e congedo all' amore.

Congedo anche alla religione.

Ormai sono a destinazione.

 

Ora che più forte sento

stridere il freno, vi lascio

davvero, amici. Addio.

Di questo, sono certo: io

sono giunto alla disperazione

calma, senza sgomento.

 

Scendo - Buon proseguimento .

 

(Fra le più belle poesie del secolo scorso).

 

 

   

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