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Quando i migranti eravamo noi

 

 

 

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Ieri come oggi i viaggi della speranza sono separati nel tempo, ma

unificati  nella stessa storia.

 

 

 

 

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GLI EMIGRANTI

 

Edmondo De Amicis

 

Cogli occhi spenti, con le guance cave,

Pallidi, in atto addolorato e grave,

Sorreggendo le donne affrante e smorte,

Ascendono la nave

come s'ascende il palco de la morte.

 

E ognun sul petto trepido si serra

tutto quel che possiede su la terra,

Altri un misero involto, altri un patito

Bimbo, che gli s'afferra

Al collo, dalle immense acque atterrito.

 

Salgono in lunga fila, umili e muti,

E sopra i volti appar bruni e sparuti

Umido ancora il desolato affanno

Degli estremi saluti

Dati ai monti che più non rivedranno.

 

Salgono, e ognuno la pupilla mesta

Sulla ricca e gentil Genova arresta,

Intento in atto di stupor profondo,

Come sopra una festa

Fisserebbe lo sguardo un moribondo.

 

Ammonticchiati là come giumenti

Sulla gelida prua morsa dai venti,

Migrano a terre inospiti e lontane;

Laceri e macilenti,

Varcano i mari per cercar del pane.

 

Traditi da un mercante menzognero,

Vanno, oggetto di scherno allo straniero,

Bestie da soma, dispregiati iloti,

Carne da cimitero,

Vanno a campar d'angoscia in lidi ignoti.

 

 

Poesia scritta nel 1882, ma potrebbe essere  scritta oggi.

 

 

 

 

 

 

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