DIALOGHI IMMAGINARI TRA PETRARCA E BOCCACCIO
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Francesco Petrarca
Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze
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Giovanni Boccaccio
Andrea del Castagno, Giovanni Boccaccio, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze
Moderatore. (rivolgendosi a Petrarca). Non mi pare che lei abbia molto amato il Decameron
Petrarca. E' vero, non ho difficoltà ad ammetterlo. L'opera del mio amico - e adesso posso dire discepolo - io l'ho leggiucchiata appena, un pò qua e un po' là. Mi hanno spesso infastidito la scelta di una materia "comune" e lo stile "basso", soprattutto in certi dialoghi troppo immediati e, a parer mio, pittosto banali. Io ho sempre avuto in mente un altro modello di letteratura.
Moderatore. Nonostante questo, lei ha tradotto in latino l'ultima novella del Decameron, quella che ha come protagonista Griselda.
Petrarca. Qui il caso era diverso. Si tratta di una novella in stile elevato, come ce n'è qualcun'altra - ma non molte - nell'opera, non solo, ma poteva essere letta (ricordo che il tradurre è anche interpretare) in chiave simbolica. Griselda mi era subito sembrata una santa che abbellisce ciecamente al volere di Dio, una eroina cristiana superiore a tutte le eroine dell'antichità. Penso sempre di più che sia fondamentale il confronto con la letteratura dei classici, degli antichi, che ci hanno tramandato dei capolavori insuperabili; per questo la novella ha ottenuto una risonanza europea che forse nemmeno Boccaccio poteva immaginare.
Moderatore. (rivolgendosi a Boccaccio). Lei cosa ne pensa?
Boccaccio. Ci sono stati diversi momenti nella mia attività di scrittore, e alla fine ho condiviso anch'io queste idee, per la grande ammirazione che ho avuto nei confronti di Petrarca, Le prime opere che ho scritto erano legate al soggiorno napoletano, allo sfarzo mondano della corte angioina. Poi, tornato da poco da Firenze, ho scritto la Fiammetta, dove ho voluto rappresentare ancora - ma la situazione era ormai molto diversa - i gusti e le abitudini di quella società raffinata, nella forma per me moderna di un romanzo che tenesse conto anche delle ragioni psicologiche. A Firenze, volevo dire, ho trovato una città grigia, intristita, in piena recessione: poi c'è stata la peste e, nonostante la crisi sempre più profonda, ho cercato - con il mio Decameron - di offrire un modello di comportamento e di vita destinato soprattutto ai ceti più attivi e intraprendenti. Ma forse non si potevano più cambiare le cose. Così, se prima Dante era stato la mia grande passione letteraria, mi sono accostato - pur senza ripudiare Dante - all'insegnamento di Petrarca. Se leggete un'altra mia opera in volgare, il Corbaccio, noterete facilmente questo cambiamento: io avevo dedicato il Decameron alle "donne", e in particolare alle "donne che amano"; adesso mi rivolgevo invece alle "muse", ossia alle fonti dell'ispirazione classica, chiedendo una specie di cittadinanza ideale presso "Omero e i valorosi antichi". Ho scritto anche, in latino, opere enciclopediche ed erudite, perchè ho cominciato a credere nel programma petrarchesco di una rinascita delle humanae litterae.
Moderatore. (rivolgendosi a Petrarca). Soprattutto lei si è posto il problema del ruolo che hanno in letteratura il latino e il volgare.
Petrarca. Io sono convinto, teoricamente, che la letteratura del mondo classico sia la più eccellente, e che il genere letterario più elevato e sublime sia l'epica: penso all'Iliade di Omero, all'Eneide di Virgilio; è il genere in cui il grande poeta, degno di essere incoronato con l'alloro, celebra le gesta del grande eroe e lo rende immortale. Per questo ho iniziato a scrivere un poema epico, l'Africa, e l'ho scritto in esametri latini. Purtroppo non l'ho ancora finito, e mi chiedo se riuscirò mai a concluderlo. C'è anche da dire che il grande poeta (e io sono stato incoronato con l'alloro sul Campidoglio, nel cuore dell'antica grandezza romana) non trova più, nella mediocrità del presente, uomini degni di essere cantanti, come si legge in una mia epistola rivolta ai posteri, Posteritati. Per questo mi sono soprattutto dedicato alla composizione di "rime"; le ho chiamate reum vulgarium fragmenta, brevi testi di cose scritte in volgare, e le ho semplicemente giudicate delle nugae, cose di poco conto. In questi versi ho dato spazio pittosto ai miei problemi interiori, ho cercato di esprimere le contraddizioni psicologiche della mia esistenza, Ho voluto confortarmi non con la tradizione storica. ma con me stesso, denunciando i miei limiti e le mie manchevolezze. Ma non sono mai venuto meno a un'idea di perfezione dell'arte, e ho curato questi testi con la massima attenzione. Qualcuno sostiene che proprio qui sia da cercare il migliore Petrarca; io non lo so, ma potrebbe essere proprio così.
Moderatore. Lo penso anch'io, così come penso che il Decameron sarà sempre giudicato l'opera più importante e significativa scritta da Boccaccio. Ma ai posteri - posteritati, per dirla con lei, Petrarca, alla latina - la sentenza.